Immagine 2026 01 21 202226Nei suoi personaggi c’era una genesi profonda, fatta di bontà d’animo e semplicità di vita: le vere fondamenta della sua capuanità. Le sue pantomime erano così naturali e spontanee che Mario Etna, detto lo “Scocchione”, probabilmente non si rendeva neppure conto di essere diventato lui stesso la vera identità del Carnevale di Capua.

Lo Scocchione era il rappresentante autentico di un popolo semplice, senza grilli per la testa, ricco solo di umanità. L’umiltà era il dono che la vita gli aveva concesso: un modo di essere e di fare da gran signore. In lui viveva tutto il seme sarcastico, anarcoide e ironico di quella Capua sorniona e generosa. Non è un caso, né un errore di battitura, se la “C” di Carnevale la scriviamo con la lettera maiuscola. I personaggi dello Scocchione erano la parodia del tempo che scorreva. Nulla era lasciato al caso: costumi, scenografie, movenze e testi, spesso annotati su fogli volanti destinati a perdersi tra coriandoli e stelle filanti. L’esibizione sul palco e in piazza dei Giudici, dove il pubblico ne decretava puntualmente l’apoteosi, era solo il compendio finale di una lunga e instancabile passerella che iniziava già dal primo pomeriggio. Lo Scocchione e i suoi sodali attraversavano strade e piazze, alternando scene e canti a qualche rinfresco per il gargarozzo. Mascheramento e travestimento erano l’anima dei gruppi, che univano giovani e meno giovani provenienti da ogni realtà sociale capuana. Era il tempo florido e festoso del Carnevale di Capua, una vera festa di popolo. Indimenticabili i duetti tra lo Scocchione e il “Cifro’”, Pompeo Pelagalli, che per anni ha raccontato con competenza e passione la festa di Capua. Così come restano indelebili i volti e i personaggi di tanti gruppi, molti dei quali purtroppo non ci sono più.

Mario Etna abitava in via Giulio Cesare Falco, di fronte alle baracche dei melonari. Lì avveniva il raduno, lì il popolo si fermava ad attendere con entusiasmo la partenza, dopo aver osservato attentamente il tema scelto: Rodolfo Valentino, Annibale, il Café Chantant… solo alcune delle infinite parodie portate in scena. Un anno Annibale e gli ozi, con elefanti in cartapesta; l’anno dopo, direttamente nella Belle Époque.

Le fotografie, in parte rielaborate, appartengono alla preziosa collezione di Nicola Barone. Sono storie di vita e di tradizioni che hanno reso unico e inimitabile il Carnevale di Capua, oggi purtroppo ancora alla ricerca di una piena identità culturale, oltre che popolare. Un’identità che però riaffiora nei personaggi del passato: i gruppi di Biagino Marchesani, le maschere dei maestri Scardino, Giugno e Gaglione.

Erano i carnevali dello Scocchione, di Corbo Romano, di Salvatore De Rosa. Erano i carnevali dei Principi, dei gruppi della signora Tarantino, dei fantastici costumi di Maria Palladino, la “Signora For Lady”.

Era il Carnevale del popolo.

Era il Carnevale capuano.

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