625768907 10232376131010240 481046625551851697 nOgni Venerdì Santo, nella città di Capua, il tempo liturgico e quello storico sembrano convergere in una dimensione sospesa, in cui lo spazio urbano si trasforma in luogo simbolico e narrativo. Il rito de “L’Incontro”, oggi candidato dal Comune di Capua al riconoscimento di patrimonio culturale immateriale della Regione Campania, rappresenta una delle espressioni più significative della tradizione rituale dell’Italia meridionale, capace di coniugare devozione, memoria collettiva e stratificazione culturale.

Lungi dall’essere una semplice rievocazione devozionale, “L’Incontro” si configura come una pratica rituale complessa, in cui elementi liturgici, performativi e simbolici concorrono alla costruzione di un linguaggio condiviso, trasmesso e rinnovato nel corso dei secoli. Il momento di massima intensità simbolica del rito si svolge in piazza dei Giudici, luogo cardine della topografia storica capuana, dove si realizza il confronto visivo e narrativo tra i simulacri della Beata Vergine Addolorata e dell’Ecce Homo. Tale scena, caratterizzata da una rigorosa economia del gesto e da un silenzio densamente significativo, assume i tratti di una vera e propria drammaturgia sacra, capace di coinvolgere la comunità non come semplice spettatrice, ma come parte integrante dell’azione rituale.

Alla celebrazione diurna fa seguito, nelle ore serali, la processione del Cristo deposto, accompagnata dal simulacro dell’Addolorata e portata a spalla dai confratelli dell’Associazione Accollatori di Capua. Il percorso processionale, scandito dal ritmo lento del corteo e dall’attraversamento degli spazi cittadini, si inscrive in una tradizione documentabile almeno a partire dal XVII secolo, testimoniando una continuità rituale di straordinaria rilevanza storica e antropologica. Elemento centrale dell’immaginario devozionale capuano è il Cristo deposto custodito nel succorpo della Basilica Cattedrale, opera di eccezionale valore artistico e teologico. La scultura, datata 1724 e attribuita a Matteo Bottiglieri, rappresenta uno dei vertici della produzione scultorea campana del primo Settecento. Originario di Castiglione dei Genovesi, nel territorio dei Picentini, Bottiglieri si formò nell’ambito della scultura napoletana, con probabili ascendenze riconducibili alla bottega di Lorenzo Vaccaro, pur mostrando soluzioni formali che alcuni studiosi accostano alla sensibilità pittorica di Francesco Solimena. Il Cristo deposto di Capua è frequentemente posto in relazione con il celeberrimo Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, conservato nella Cappella Sansevero di Napoli; tuttavia, la priorità cronologica dell’opera capuana – antecedente di circa vent’anni – consente di ipotizzare un possibile ruolo di modello o fonte di ispirazione per la successiva realizzazione napoletana.

Diversa è la vicenda del Cristo deposto utilizzato nella processione serale del Venerdì Santo, la cui attribuzione rimane incerta. L’attuale simulacro fu acquisito oltre vent’anni fa grazie all’intervento della Congrega di Santa Monica, mentre il precedente veniva tradizionalmente riferito all’artista capuano Mario Clima, sebbene manchino riscontri documentari certi. Significativa la paragna sulla quale e' adagiato il simulacro, opera artigianale del nostro concittadino Giovanni Barone. La persistenza del rito nel corso del Novecento è legata anche all’impegno di figure ecclesiastiche che ne hanno riconosciuto il valore spirituale e culturale. Tra queste, merita particolare menzione don Umberto d’Aquino, che, in qualità di canonico della Basilica Cattedrale, sostenne con convinzione la celebrazione del rito, contribuendo a preservarne la dignità liturgica e il radicamento nella comunità. Analogo ruolo svolse il compianto don Peppino Iodice, parroco della chiesa della Maddalena, che a partire dagli anni Settanta favorì la continuità della processione serale del Cristo deposto, con l’approvazione dell’arcivescovo Tommaso Leonetti, succeduto a monsignor Baccarini, figura centrale nella ricostruzione del Duomo dopo le distruzioni causate dai bombardamenti del 9 settembre 1943. Particolarmente significativa, in chiave antropologica, è la partecipazione delle giovinette della parrocchia, cui è affidato l’accollo del simulacro, secondo una prassi rituale custodita e rinnovata dalla Congrega di Santa Monica. Tale coinvolgimento testimonia la capacità del rito di rigenerarsi attraverso la trasmissione intergenerazionale. La candidatura del rito de “L’Incontro” a patrimonio culturale immateriale della Regione Campania - almeno da quanto si evince dalla richiesta e dall'impegno profuso all'assessore agli Eventi Vincenzo Corcione - assume un valore che va oltre l’atto amministrativo. Essa si configura come un riconoscimento della funzione culturale del rito quale dispositivo di memoria, identità e continuità storica, capace di raccontare, anno dopo anno, l’anima profonda della città di Capua.

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