Nel dibattito cittadino sullo stato del commercio a Capua si confrontano due visioni opposte: da un lato quella dell’amministrazione, che attraverso i dati rivendica una città in crescita; dall’altro quella dei commercianti, che descrivono una quotidianità molto più complessa e segnata da difficoltà strutturali.
Il sindaco Villani, in un recente intervento, ha sostenuto che «chi matura una convinzione su Capua solo leggendo i commenti social si convince di una città in decadenza», mentre i dati mostrerebbero un quadro diverso. Secondo le informazioni estratte dal portale “Imprese in un Giorno”, dal 2015 a oggi si registrano 689 nuove aperture e 418 cessazioni, con un saldo positivo di 271 attività. Una dinamica che, secondo l’amministrazione, collocherebbe Capua in controtendenza rispetto al trend nazionale, caratterizzato da una forte riduzione dei negozi di vicinato.
La risposta del mondo del commercio, però, ribalta la prospettiva. Se è vero che il saldo è positivo, è altrettanto vero che oltre il 60% delle nuove attività ha chiuso, un dato che evidenzia fragilità più che vitalità. I commercianti sottolineano come il saldo medio di 27 attività nette all’anno sia un valore ordinario per una città di 18 mila abitanti e non un indicatore di particolare dinamismo economico. La differenza sostanziale, secondo loro, è tra ciò che i numeri raccontano e ciò che si vive quotidianamente: flussi ridotti, costi crescenti, difficoltà di accesso al centro storico e mancanza di una strategia urbana capace di sostenere chi fa impresa.
Il nodo centrale resta proprio il centro storico, definito dagli operatori economici come il vero “malato” della città. Pur riconoscendo le trasformazioni economiche globali, i commercianti evidenziano che molte criticità dipendono da scelte amministrative: parcheggi insufficienti, politiche ZTL non integrate con servizi e attrattori, assenza di una programmazione stabile degli eventi, ritardi nella valorizzazione degli immobili pubblici. Emblematico, in questo senso, il caso del complesso dell’Annunziata, ancora inutilizzato nonostante il suo potenziale strategico.
L’amministrazione rivendica iniziative come il Distretto Commerciale e i bandi per il riuso dei beni demaniali, ma gli operatori chiedono risultati tangibili e tempi certi. La distanza tra programmazione e realizzazione, sostengono, è ciò che oggi pesa maggiormente sul tessuto economico.
Il commercio locale chiede l’apertura di un tavolo permanente di confronto, un piano operativo per il centro storico, un cronoprogramma pubblico degli interventi e una strategia di marketing territoriale che generi flussi reali. Non si tratta, affermano, di polemica politica ma di responsabilità amministrativa: ogni serranda che si abbassa è un pezzo di città che arretra.
Il futuro del centro storico dipenderà dalla capacità di trasformare le analisi in decisioni operative. Perché, come ricordano i commercianti, il commercio può sopravvivere senza la politica, ma la politica non può sopravvivere senza una città viva