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I rumori ci svegliano, la suoneria del cellulare, il passaggio delle auto, i cinguettii degli uccelli.

cinguettioPrima c'era un rumore che oggi non si sente più o quasi: le saracinesche che si alzavano.
La saracinesca che, nelle prime ore del mattino, veniva tirata su avvolgendosi intorno al proprio tamburo, esprimeva l'inizio della giornata. L'operaio che apriva il garage per prendere l'auto e recarsi a lavoro e, soprattutto, l'apertura delle attività commerciali. Tutto ciò avveniva più o meno sempre allo stesso orario e, nel giro di pochi minuti o secondi, una melodia si diffondeve nelle case e segnava l'inizio del nuovo giorno.
Tutti le attività commerciali avevano la saracinesca, anche l'ufficio postale.
Nel rione, in uno spazio di trecento metri, le attività commerciali erano tante e variegate. Quindi i rumori del risveglio erano tanti. In poche centinaia di metri c'erano tre salumerie: la salumeria di Bianca in piazza Di Rauso, il cui marciapiede antistante era la nostra panchina, la salumeria di Lucia Pesa in via Riviera Casilina e quella di Stefano "o putucar" a via Roma. Ognuna di essa si differenziava per un prodotto che offriva, diversamente dall'altra, o per la possibilità di pagare tutto quello che si comprava alla fine del mese nel momento in cui nelle famiglie arrivava "a m'sat" cioè lo stipendio.
C'erano due tabacchini, la "tabaccara" e Pippo. C'erano tre falegnami, nel giro di cento metri. C'erano due fruttivendoli che dovevano concorrere con gli ambulanti che venivano da paesi limitrofi, i cui volti, dopo un po', divenivano familiari, come Pasquale ed il suo Apecar o Pasquale il pescivendolo, così come il venditore di olive che era bicimunito o la signora che vendeva le rane che la domenica mattina ti svegliava al grido di "e ranogn, e ranogn" con una voce baritonale, forte, a proposito di rumori.
C'era Un fabbro, due autocarrozzerie, Gaetanino il barbiere ed il suo cavalluccio per il taglio ai piccini. Due "capere" ovvero parrucchiere per donne, dove si facevano dapprima tante chiacchiere e poi "permanenti" sotto caschi spaziali. Una rivendita di acqua, quella di Vittorio "u' gassusar" che, tra l'altro, oltre la vendita al dettaglio presso il suo negozio di fianco alla chiesa della Concezione, girava con un camion per il rione per portare l'acqua anche a chi non voleva scomodarsi o non poteva: gli rendevi la cassetta con i vuoti (che non erano a perdere, ma a rendere) e i soldi e lui ti consegnava la cassa d'acqua ed altro. A casa nostra usavamo l'acqua dal rubinetto con l'idrolitina, poi con il tempo anche noi abbiamo iniziato a chiamare Vittorio per acquistare l'acqua. C'era una compagnia assicurativa, itinerante e a domicilio, cioè Alfonso Nasti, che ti portava la polizza fino a casa e tutti indistintamente si assicuravano con lui. La garanzia non era la compagnia con cui stipulavi il contratto, la garanzia era la sua persona che non cambiavi mai, la disdetta non sapevi neanche cosa fosse, tantomeno la legge Bersani. C'era la panetteria di Umberto Scialla e i suoi odori, la cui saracinesca in via S. Martino alla Giudea era una delle prime ad interrompere il silenzio delle prime ore del mattino. C'era la lavanderia di mia zia Rosa.
C'era il "bar Rapetti", una istituzione, punto di incontro, raduno di ragazzini, giovani e adulti del rione che, tra un caffè e un'altro, passavano ore e ore, giocando a carte, a biliardo, a flipper, ai primi videogiochi, il tutto sotto il controllo del Maresciallo, della signora Michelina e di "Mimmo" che, quando sbagliavamo, ci faceva tremare. Chezanne e la sua proposta di abbigliamento. La sala giochi di Alfredo e quella di Peppino Morelli con il suo amato club Napoli. C'erano tante macellerie, un chiaro segnale dell'aumento della ricchezza e della prosperità che forse bisognava gestire in miglior modo: Elio Vinciguerra a via Roma con un banco altissimo e il suo sguardo accigliato e sorridente, la macelleria di Dario e della signora Anna, sua moglie, all'angolo tra il Museo e via Principi Longobardi, la macelleria di Pasquale in via Riviera Casilina, appena dopo la tabaccheria di Pippo. Innumerevoli attività nello spazio di un piccolo rione che vantava anche uno studio legale, un ragioniere, due o tre insegnanti autorevoli, un idraulico itinerante ed eccellente, Mario Zenga e la sua 131 Mirafiori, che almeno una volta era entrato in casa tua. Un'impresa edile, quella di mio nonno ed il suo socio, Antonio Mandato che sembravano Totò e Peppino, o Don Chisciotte e Sancio Panza, entrambi senza patente, uno (mio nonno) che cavalcava un motom con tanto di paravento dietro il quale era nascosta la borsa con alcuni ferri del mestiere, l'altro, Antonio, che arrivava sul luogo del lavoro con la sua indistruttibile graziella verde. Una società tra di loro durata quaranta anni senza il bisogno di atto costitutivo o statuto. Oggi al cimitero, anche se in due edicole diverse che loro avevano provveduto a costruire, sono seppelliti spalla e spalla, alla stessa altezza, il secondo posto di qua ed il secondo di là.
Potrei continuare all'infinito.
Il rione era un rumore continuo e la sera, la calata delle saracinesche rappresentava il calar del sole, il riposo, la cena, la fine della giornata, il focolare domestico.
Poi qualcosa è cambiato, il progresso dicevano, il decentramento, io credo che era iniziato il rumore della falsa ricchezza, era il rumore del regresso che stava portando via la bontà della vita, con la promessa di un mondo e di un sogno migliore, una utopia o una distopia. Intanto le saracinesche si alzavano sempre meno. Iniziavano ad alzarsi quelle dei supermercati che intanto nascevano come funghi, molti figli del riciclo di patti criminali. Il clientelismo politico iniziò a distribuire posti pubblici in modo proporzionale tra i partiti ma in quantità inversamente proporzionale alle reali esigenze che la società richiedeva. Il rumore dei concorsi truccati, delle selezioni già precedentemente spartire. I buoni fruttiferi triplicavano a undici anni. Gli insegnanti nel rione iniziavano ad aumentare sempre più nonostante i pochi figli che nascevano, tutto era inversamente proporzional, così i libri, sempre di più, per una presunta e migliore istruzione. Mah! Noi eravamo quelli del libro di lettura ed il sussidiario "Il nuovo Tamburrino". Una sola maestra era la nostra mamma che ci prendeva in carico per cinque anni e ci lasciava piangendo, ma ci aveva in qualche modo formato, anche dicendo ai tuoi che forse "era meglio imparare un mestiere". Oggi tutti studiano e tutti con voti eccellenti. Il rumore della falsità. La supplente era un fatto eccezionale, il tuo insegnante era presente ogni giorno ed il suo ingresso o la sua uscita autorevole era annunciato dal rumore della campanella. Oggi in aula si fa il tik tok.
Meno rumori, saracinesche che si abbassavano per sempre, la calata sul posto pubblico, c'era sempre più bisogno di colletti bianchi e meno di botteghe ed artigiani e negozi, il posto pubblico rappresentava meno lavoro, la certezza di un salario, di una previdenza sicura a fronte della miseria che ti portavi a casa dopo aver alzato e calato la saracinesca per trenta o quaranta anni. I partiti sguazzavano nel rumore dei soldi del contribuente che contributiva sempre meno, perché chiudeva, ed il sottofondo di un debito pubblico che cresceva a dismisura era coperto dal rumore di qualcosa che oggi non sentiamo più. Neanche il garage dell'operaio senti più. Diritti conquistati per operai sempre più precari e fabbriche fantasma. La Siemens e le sue migliaia di operai non ci sono più, la Pierrel non è più quella di una volta. Anche le fabbriche sono iniziate a diventare itineranti e ambulanti, come Mario o Pasquale, decentrati. I costi e le spese pazze non facevano aumentare solo il debito, ma anche le tasse per pagare tutto lo spreco, e quindi le fabbriche fuggivano. Un ringraziamento particolare allo scudo crociato, al garofano, alla falce ed il martello e tutti gli altri, le cui mancanze a nessuno mancano se non a se stessi.
Sarò nostalgico, malinconico, qualunquista, ma in questa falsa ricchezza che abbiamo raggiunto sento il rumore di qualcosa che non torna e come me lo sentono in molti.

 

Alessandro De Maio

 

 

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