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Capua. Le antiche voci degli ambulanti capuani (2° parte)

006Come già detto, alla fine degli anni ’60 la Citta’ di Capua sapeva offrire uno spettacolo di vita commerciale febbrile e di grande bellezza. Fino ad allora resisteva ancora un mondo di piccoli rivenditori, di piccoli artigiani, di faccendieri e di povera gente che era particolarmente fiera delle proprie abitudini, dei propri costumi e pure orgogliosa della propria particolare condizione sociale. Un mondo tutto particolare che coesisteva con il mondo del perbenismo e della ricchezza. Quel mondo antico e schietto non esiste piu’ ma chi ha avuto la fortuna di poterlo incontrare e viverlo , come il sottoscritto, lo ricorda con tanta nostalgia.
E Capua, la nostra cara Capua, era uno scenario unico dove si muovevano, giornalmente, e gia’ dalle prime ore del mattino, quelle figure che appresso vi decrivero’. Non era ancora l’alba quando si sentiva il suono del fischietto di Franco Salis che avvertiva le nostre madri che il latte fresco pastorizzato della Centrale di Capua era a loro disposizione. Si accendevano la fioche luci dei palazzi e dei “vasci” da dove , ammantate per proteggersi dal freddo dell’inverno, le nostre mamme e le nostre nonne compravano il litro di latte buonissimo e freschissimo contenuto in una bottiglia particolare con “‘o musso llargo”. Appena albeggiava si sentiva la voce forte e chiara del marruzzaro che vendeva a buon prezzo, le sue marruzze, ossia le lumache raccolte lungo le siepi dopo le piogge, che si mangiavano con una salsa piccante a base di conserva di “puparuolo”; questa salsa veniva utilizzata anche dai “cozzecare” durante le feste patronali. Nella Settimana Santa, per tradizione, gli uomini del popolo offrivano alle donne le “ marruzze” e non vi saprei dire il motivo.
A secondo della stagione compariva “ ‘o mellunaro” e “ ‘o castagnaro” . Il primo sceglieva il posto fisso dove ammucchiare il suo prodotto, sorvegliato giorno e notte da ragazzi che dormivano al chiaro di luna; il “castagnaro” annunciava l’autunno. La mattina vendeva le famose “allesse” o castagne bollite e alla sera quelle abbrustolite o quelle infornate. A Capua il re dei castagnari era “zì Patrillo Rachiero”, che vendeva il suo profumato e bollente prodotto a porta Napoli, proprio dove oggi c’e’ lo sportello bancomat della banca. Manteneva le castagne arrostite coperte da un sacco di iuta ed i migliori clienti erano coloro che si recavano a vedere i film nel vicino teatro Ricciardi. Ma zì Petrillo vendeva anche “semmiente” di zucca, lupini e noccioline; in fondo al Corso invece, proprio vicino al Bar Giacobone vendeva fette di cocco, “briscolini” e “passatiempo” tale Peppe ‘a Lacerta”, il quale, ingranditosi, si mise a vendere i suoi prodotti di fronte, cioe’, nel largo vicino al Ponte Romano. Il posto vicino al Bar Giacobone fu occupato da una vecchietta che vendeva “‘o spasso”, i famosi semi di zucca. La donna che era chiamata “paparone” li vendeva dosandoli in un bicchiere di vetro al prezzo di 5 lire cadauno. Verso le otto si sentiva la voce di Totonno “‘o ficaiuolo” che, in verita’, vendeva ,oltre ai fichi in autunno, anche verdura fresca del suo orto. Era una bravissima persona, gentile e buona. In via Duomo, dove abitavo, sostava una –due volte alla settimana, un personaggio molto particolare ; era un ‘ex monaco che vendeva patate, tant’e’ che era conosciuto come “‘O patanaro”. Il suo grido, forte e chiaro era : cinche chile na lira ! Poi arrivava Alberto Ambrosino, detto “‘o bruttone” che aveva un carro zeppo di merce fresca , di verdura e di frutta. Ripartiva da Capua solo quando aveva finito tutta la merce da vendere !

 

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