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Eccola qui la psicosi coronavirus, un miscuglio di paura e di ignoranza

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                  Un potente e caparbio uomo che visse alla fine del secolo XVIII una volta disse: "ci sono due modi per far muovere gli uomini: l'interesse e la paura."
Napoleone Bonaparte. Distante da noi più di due secoli e mezzo, eppure attuale come non mai.
Dietro la guerra, dietro la pace, dietro l'allarmismo dell'uomo contemporaneo, abituato ad avere tutto sotto controllo, spaventato che qualcosa possa uscire fuori dalle righe, continuano ad esserci due fattori: gli interessi, la paura.
È bastato pochissimo: una notizia ha creato il panico, il panico ha velocizzato la diffusione e zac! Mascherine! Il coronavirus è in Italia! Tossite nella parte interna del gomito! Non guardate in faccia i cinesi, il loro sguardo potrebbe contagiarvi, i loro occhi-laser iniettano!
Eccola qui la psicosi coronavirus, un miscuglio di paura e di ignoranza, un grillo che saltando da una testa a un'altra si è trasformato in verme e ha iniziato a divorare le menti di tutti gli italiani (o quasi).
Ma quanta paura c'è e quanto interesse? Quanto panico autentico e quante scuse?
Qualche giorno fa un'imprenditrice di origini cinesi si è recata a fare shopping in un negozio di abbigliamento nei pressi del ristorante di sua proprietà, sulla Nazionale Appia a Curti, ignara dello spiacevole episodio che si sarebbe verificato e che poi avrebbe raccontato sui social.
Il proprietario del negozio infatti, pur non conoscendola personalmente, vedendola entrare si sarebbe coperto il viso con la giacca e avrebbe urlato "è entrato il coronavirus!" pensando che la donna non potesse capire ciò che lui stava urlando in lingua italiana.
Mortificata, la donna ha lasciato il negozio senza acquistare nulla. Ma ha ammesso sui suoi profili mediatici quanto quest'episodio l'avesse ferita, in quanto persona che vive in Italia da circa 20 anni - ha specificato inoltre di non tornare in Cina da anni né di aver avuto contatti con persone che di recente ci sono state - e che si è ritrovata a dover fare i conti con molteplici forme di discriminazione alle quali il coronavirus si aggiunge solo come un tassello in più nel grande quadro del razzismo, quadro alimentato in modo subdolo giorno per giorno.
La donna ha concluso la sua dichiarazione con amara filosofia: "privare una persona della sua dignità è più brutale che percuoterla fisicamente", ma nonostante ciò ha scelto di non denunciare il suddetto proprietario perché "sicuramente non ha mai provato tutto questo sulla sua pelle, quindi lo ignora, sono costretta a perdonarlo" nonostante quest'ultimo l'avesse umiliata pubblicamente alla presenza di altre persone.
Infine, ha concluso facendo un appello per i bambini dell sua comunità: "i bambini cinesi stanno portando, con onore, sulle loro spalle il fardello più grande, quello della discriminazione legata a questo momento del coronavirus."
Leggendo di episodi come questo salta sempre all'occhio quanto la corazza di orgoglio dell'occidentale uomo civilizzato sia in realtà più fragile che mai, tanto che a scalfirla e a metterla in pericolo basti l'ingresso in un negozio di vestiti di una donna dai tratti asiatici. La paura porta sempre con sé una grande dose di pregiudizio e di disinfomazione, alimentata da innumerevoli scuse volte a portare acqua al proprio mulino. La mancanza di empatia verso il prossimo si inaridisce sempre di più: puntare il dito, accusare, trovare un capro espiatorio su cui sfogare paure, rancori, sospetti, è sempre la strada più semplice.
Ma non è nemmeno l'unica strada facile: in allegato una foto pubblicata dalla World Health Organization (Organizzazione Mondiale della Sanità), agenzia speciale dell'ONU per la salute: diminuire la disinformazione è il primo passo per mettere fine a qualsiasi tipo di discriminazione.

 

Antonia Messina,
Liceo Salvatore Pizzi, 4ª Classico A
- Cronisti di Classe -

 

 

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