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Grazzanise. Amoroso ritorno alle radici nella poesia di Enzo Petrella

petrellaL’imminente epilogo dell’evasione vacanziera ci induce a riprendere letture non effimere. Esploriamo dunque nella vastissima offerta degli autori nuovi. Ma non accediamo subito alla saggistica, né alla rigorosa e accreditata letteratura scientifica. Per il momento, nella piacevolissima atmosfera settembrina, va bene un’opera di poesia che, peraltro, ingloba e sublima ogni stagione dell’anno, tutte le fasi, terribili o dolci, della vita.
Così riaffiora, fra i primi, il volume “Pensieri e sentimenti” che Vincenzo Petrella – primario ospedaliero grazzanisano naturalizzato piemontese – ha pubblicato nel 2019 per i tipi della Sprint Edizioni. “La raccolta – leggiamo in quarta di copertina – è suddivisa in due blocchi. Il primo (1966-1975) raccoglie pensieri e sentimenti di gioventù, intrisi talora di tristezza, spesso d’amore, comunque di speranza, con un occhio alla natura. Il secondo blocco (1997-2019) riunisce versi i cui pensieri e sentimenti hanno lasciato il passo alla coscienza (pur senza paura) della morte. Ricordi di parenti e ammalati defunti si alternano a immagini della natura; la nascita delle due nipoti riempie i giorni ma su tutto aleggia sempre un velo di malinconica attesa del futuro”.
La parabola di una vita, dunque, si disegna nell’etere poetico, partendo dal primo pilastro – quello dell’amoroso ritorno alle radici – e proiettandosi sull’ultimo del “chissà dove?”. In altri termini, la ricchezza concettuale ed affettiva affidata al forte potere stilistico che l’Autore sfodera ad ogni pagina, basandosi sulla sua brillante e classica formazione, fa di questo volume un contributo capace di glissare sulla vieta “ovvietà” di tante sillogi oggi circolanti, per ambìre ad una collocazione letteraria di superiore livello: Vincenzo Petrella non affida nulla all’improvvisazione; tutto è frutto di meditabonda sedimentazione; e i componimenti si susseguono a ritmo incalzante, cercando fertili pause che al lettore non sfuggono, sollecitandolo anzi a porsi a specchio liberamente interpretativo, benché a vincolanti deduzioni che trovino ricadute fertili nella sua stessa esistenza. Un libro illuminante e terapeutico, per dirla più chiaramente, che non lascia quieto chi lègge, inducendolo a riappropriarsi della responsabilità, pur non contrastando il Fato, e soprattutto a ritrovare le grandi rotte che, nella parabola di ciascun uomo e ciascuna donna, non possono assolutamente mancare, pena lo smarrimento o quantomeno un “vivere alla giornata” senza senso e senza valore: alora, sì al chronos (che fornisce la palpitante esperienza), ma specialmente al kairos (per la qualità dell’elaborazione soggettiva) ed occhi e cuore puntati all’aion (il tempo eterno che noi “umani immortali” siamo chiamati a porre in vetta ai nostri “pensieri e sentimenti”, giustappunto), stemperandosi tutto nell’eniautos (l’anno che, preceduto e seguito dai suoi fratelli, dà luogo infine alla somma della vita intera).
Fra le tante liriche che nel testo eccellono, e che vanno lasciate alla scelta e al giudizio, secondo libertà e sensibilità del singolo lettore, noi puntiamo decisamente sulla “Paura di non morire mai”, testo straziante e paradossale i cui versi ci urge riportare: “Ho gridato nella notte il tuo nome,/ho rivisto le tue rughe nel viso,/ ho bagnato delle tue lacrime le mie dita/ mentre dicevi ch’eri finita./ Ho acceso la luce/ e ho guardato allo specchio:/ il tuo viso ora è il mio/ e mie sono le tue lacrime/mentre penso che è follia la vita./ Ho solo paura di non morire mai. 4 dicembre 2017/ . Qui sta, a nostro parere, la cifra più martellante delle cifre individuabili nella raccolta: il timbro ben stampato di un poeta che lascia attoniti, che si/ti interroga sul modus vivendi in un’aura cosmica costante in cui trabocca il desiderio d’infinito. La sua “paura” è, in effetti, la sua più grande speranza di eternità.
A codicillo, sembra doveroso non dimenticare che Vincenzo Petrella è stato germano coccolato di Benedetto Petrella, Autore – vénti anni fa – di “Acqua di sorgiva” pubblicata dall’editore Libroitaliano e in cui ri-leggiamo, fra le altre e sempre con incontenibile stupore, i componimenti “Splendor di stella” e “L’immenso mio”: due esaltanti inni all’amore che, in buona sostanza, anticipano il sentire ed il comunicare di Vincenzo, il quale di sicuro, prima o poi, ci farà dono di un nuovo volume che attendiamo, agevolmente prevedendo che si tratterà di una splendente …stella petrelliana.

 

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