Still Here: in esposizione dal 21 febbraio presso il Meddi Madda Art Lab in via G. Marconi a Santa Maria Capua Vetere. E' la personale di Mario Giacobone, artista poliedrico che spazia i suoi interessi tra pittura e musica. Quella che propone in questa rassegna l'artista capuano, rappresenta una ulteriore affermazione identitaria che segna un momento di maturità e consapevolezza nella sua ricerca pittorica. Il titolo — semplice, diretto, quasi sussurrato — racchiude una dichiarazione potente: essere ancora qui, resistere, permanere. Nonostante tutto. I nuovi lavori si impongono per l’uso di colori forti e saturi ma non un’esplosione decorativa o di una seduzione cromatica fine a sé stessa. Il colore, in questa serie, diventa struttura emotiva, tensione interna, campo di battaglia. È una materia che non abbellisce: attraversa, lacera, copre e rivela. Al centro della ricerca rimane il volto. Ma non è più un volto pienamente definito, né un ritratto nel senso tradizionale del termine. Le figure sembrano emergere e scomparire sulla superficie della tela, come presenze instabili. L’immagine non è data una volta per tutte: si forma e si disfa sotto lo sguardo dello spettatore. In questo continuo affiorare e dissolversi, Mario Giacobone mette in scena una riflessione profonda sull’identità contemporanea — fragile, stratificata, continuamente esposta al rischio della cancellazione. La pittura si fa così territorio di conflitto tra presenza e assenza. Le campiture intense non fungono da sfondo, ma agiscono come forze centrifughe che cercano di inghiottire il soggetto. Eppure il volto resta. Resiste. È ancora lì. Still here. Questa dialettica tra sparizione e permanenza richiama certe tensioni dell’espressionismo, ma senza cedere alla deformazione drammatica o all’urlo. Qui il gesto è controllato, consapevole. L’emotività è trattenuta, quasi compressa nella materia pittorica. È una pittura che non esplode, ma pulsa. Interessante è anche il modo in cui la superficie della tela diventa luogo di stratificazione. Le velature e le sovrapposizioni suggeriscono un tempo interno all’opera: ogni quadro non è un’immagine immediata, ma il risultato di un processo di sedimentazione. Come se ogni volto fosse il deposito di ciò che è stato coperto, cancellato, riscritto.
In questa mostra, Mario Giacobone sembra interrogarsi su cosa significhi esistere visivamente oggi. In un’epoca dominata da immagini rapide, consumabili e costantemente rimpiazzate, Still Here rallenta lo sguardo. Chiede attenzione. Chiede tempo. Non offre identità nette, ma zone di transizione. C’è anche una dimensione intima che attraversa l’intero progetto. I volti, pur non essendo ritratti riconoscibili, conservano una vulnerabilità evidente. Non sono maschere, non sono simboli astratti: sono presenze emotive. Lo spettatore vi si specchia, ne percepisce l’instabilità, riconosce qualcosa di sé in quella tensione tra apparire e svanire. La forza della mostra sta proprio in questa ambivalenza: potenza cromatica e delicatezza espressiva convivono. Il colore grida, il volto sussurra. E nel dialogo tra questi due poli nasce una pittura che non si limita a rappresentare, ma mette in discussione l’atto stesso del vedere. Still Here non è soltanto una dichiarazione di permanenza dell’artista, ma un’affermazione più ampia: l’immagine può ancora essere un luogo di resistenza. Può ancora farsi spazio di profondità in un mondo superficiale. Può ancora restare.
E in quel “restare”, forse, c’è tutto.