Immagine 2026 01 21 202038C’è un filo sottile, quasi invisibile, che attraversa il tempo e lega le stagioni della memoria: è l’umorismo, respiro profondo e mai sopito del Carnevale di Capua. Un umorismo nato dall’ironia e temprato da un sarcasmo anarcoide, capace di sfidare il potere del tempo e di sorridere anche nelle pieghe più dure della storia. È lui ad aver custodito, anno dopo anno, l’anima della più antica e caratteristica manifestazione popolare della nostra città, bella e sorridente come una maschera che non teme di mostrarsi.
Il Carnevale è sempre stato popolato da volti e voci capaci di fermare lo sguardo della folla. Un pubblico vivo, generoso con chi sapeva parlare al cuore, severo quando la verità chiedeva coraggio. I momenti difficili non sono mancati, eppure la festa non ha mai ceduto il passo al silenzio. Anche quando le risorse erano scarse, il Carnevale tornava a nascere, perché il suo vero protagonista non è mai stato lo sfarzo, ma il popolo, artefice di una gioia semplice, condivisa, necessaria. E così il pensiero scivola agli anni Cinquanta, quando la rinascita passava anche dalla musica. In quel tempo Ciro Porpora iniziava a cantare, tra la gente e per la gente. Dalle esibizioni in piazza dei Giudici gli venne attribuito il titolo di "ugola d'oro". A restituirci quel frammento di storia è la voce affettuosa della figlia Concetta, che ci segue dal Novara, come chi veglia una fiamma lontana ma ancora viva. Per le prime edizioni del dopoguerra, per il Carnevale non c’erano palchi né riflettori: in piazza dei Giudici si disegnava un recinto provvisorio, spazio sacro alle maschere, mentre la sera si scioglieva in un ballo pubblico, dove i passi incerti diventavano promessa di leggerezza. I veglioni di Carnevale trovavano rifugio nei luoghi solenni della città: il salone municipale, il Teatro Ricciardi in largo Porta Napoli, il Teatro Martucci in piazzetta De Renzis. A guidare la festa erano voci che conoscevano il respiro di Capua: Nando Solari, Aldo Raucci, Emanuele Giacoia, Pompeo Pelagalli. Qualche incursione esterna non seppe cogliere la complessità di un rito che non si improvvisa. Perché il Carnevale richiede sguardo antropologico, ritmo narrativo, capacità di mutare tono seguendo il battito della piazza. Qualità che ancora oggi fanno di Erennio De Vita un interprete autentico di questa tradizione.
Nell’albo d’oro del Carnevale di Capua scorrono nomi che sono diventati racconto, gesto, maschera. Uomini e donne che hanno saputo trasformare la cronaca in teatro e l’ironia in memoria collettiva. Tra loro, vive ora nel ricordo Antonio Simone, la cui folta chioma bianca è rimasta impressa come un’icona. A lui si deve l’intuizione di portare sulle scene un Renato Zero “di casa nostra”, un atto d’amore e di audacia che varcò i confini cittadini. Oggi Antonio Simone non è più tra noi, ma continua a camminare nelle immagini, nelle risate, nei racconti di chi lo ha applaudito. Con lui restano il Pulcinella motorizzato e “L’oro di Napoli”, parodia luminosa del capolavoro di Vittorio De Sica: un carro vivo, con il forno acceso e le pizze profumate distribuite lungo il percorso, come un’offerta gioiosa alla città. Il “maestro” – figura ormai rara – appartiene a una generazione che ha fatto del Carnevale un luogo simbolico di umorismo e libertà. E se il tempo ha portato via molti protagonisti, il loro segno non si è dissolto. Vive nelle pagine del nostro libro, dove ritroviamo i maestri cartapestai: Scardino, Giugno, Gaglione, Fasano, Pagano, Giovanni Barone, custodi di un’arte fragile e potentissima.
Oggi il testimone passa ad Alberto Di Benedetto, quindi all'Associazione culturale LA MONACA CARNIVAL LAB e alla comunità di Sant’Angelo in Formis. Donne e uomini, volontari silenziosi, uniti da un unico voto: rinnovare la tradizione senza tradirla. La storia custodisce anche il nome di Biagino Marchesani, presidente dell’edizione centenaria, e quello dei suoi gruppi umoristici; di Mario Etna, ’o scocchione, di Corbo Romano, dei fratelli De Rosa, di Ninnone l’italiano, dei fratelli Galbiati – Cirillino per intenderci – e di Antonio Ciarmiello, con i loro proseliti, in un lungo filo che arriva fino ai giorni nostri. Oggi siamo alla soglia di una nuova edizione, che porta con sé il peso lieve della memoria e la forza della continuità. Che il sorriso torni a fiorire, che la piazza torni a respirare.
E che sia, davvero, un buon Carnevale per tutti.
Foglie "Di Lauro"

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