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Foglie di Lauro. La Statua di San Roberto Bellarmino collocata agli inizi degli anni novanta

sanrobertobellarminoUna statua, imponente, contemporanea, collocata agli inizi degli anni novanta. Se non erro, il 1991, c'era la Giunta di Progresso, quella del sindaco Nicola Lacerenza, è la statua di San Roberto Bellarmino. Le colonne, sei, di datazione antica, antichissima, probabilmente millecento. Rosario Napoletano, fotografo, coglie l'attimo del cronista e ci conforta con le immagini: belle, suggestive, reali. Dobbiamo scomodare, però, Giulio Pane ed Angerio Filangieri, per venire a capo di una matassa abbastanza complessa ed incerta. Dovrebbero essere i resti della chiesa di San Leucio. Non siamo, comunque, pienamente soddisfatti, ci affidiamo a Francesco Granata, né parla già alla fine del settecento, nei suoi studi. Anche lui, non è per niente sicuro, figuriamoci noi. Bella piazza, una prospettiva singolare che proietta lo sguardo alla riviera Casilino, alla Santella. Qui siamo all'apoteosi di quella capuanita intrisa di storia, che si fonde con quella della chiesa locale, particolarmente privilegiata da Roma.
"La mia patria è Capua, la mia casa la sua cattedrale, la mia famiglia il suo popolo". Lo disse Roberto Bellarmino, quando lasciò la guida della chiesa metropolita di Capua. Amore sincero, il suo, per il popolo. Era il 18 marzo del 1602 che Papa Clemente lo nomina Arcivescovo metropolita di Capua. Il Santo Padre lo consacrò con le sue mani, un onore che abitualmente i papi concedevano come segno di stima speciale. Il Bellarmino, nel corso del suo mandato si distinse per santità e dottrina, avvicinando i fedeli, entrando nelle famiglie, soprattutto quelle più povere e bisognevoli di carità. A lui si deve la fondazione del seminario di Capua, uno dei primi dopo la riforma tridentina. Non un caso, la scelta di posizionare la statua difronte all'ingresso del Seminario. Ci spostiamo di qualche metro e per curiosità giriamo intorno alle sei colonne. Sono lisce, lavorazione semplice e modesta, ma suscitano interesse, esplorano nella fantasia, c'è necessità di approfondire, ma soprattutto di un intervento immediato, di tutela, di rispetto dei luoghi. L'essere superficiali dinnanzi a questa opera non depone bene per una città con vocazione turistica, con tanta storia, con i meravigliosi esempi di arte, di cultura, di religiosità. Una di queste colonne presenta un capitello, non siamo esperti d'arte, ma così ci sembra. È la chiesa di San Leucio. Lo afferma Francesco Granata, nostra fonte del sapere, nella “Storia sacra della Chiesa Metropolitana di Capua” del 1766. La devozione a San Leucio è sentita nelle zone longobarde. La sua fondazione risalirebbe al 1116 e viene menzionata anche nella Decretale del Pontefice Onofrio III.
Svolse le sue funzioni fino alla metà del diciottedimo secolo, quando si decise di fondare una nuova chiesa fuori le mura cittadine, San Giuseppe, perché le famiglie per la chiusura notturna della città erano impedite ai sacramenti. La nuova chiesa, dicevamo, extramoenia, venne dedicata a San Giuseppe, mentre San Leucio venne aggregata solo nel diciannovesimo secolo alla Chiesa di Ognissanti. Nelle abitazioni intorno agli attuali ruderi, abitava, probabilmente, Camilla Santella, custode della chiesa di Santa Maria della Grazia, che in modo paesano, viene appunto chiamata Santella, sito, testimone del Sacco di Capua. La chiesa del miracolo, insomma, che la Vergine fece per far terminare la strage di Cesare Borgia nel luglio 1501. Michele Monaco addirittura attribuisce il culto per San Leucio al nono secolo, mentre il Granata aggiunge che il primo rettore fu tale Roberto, nell'anno 1116.

 

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