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Foglie di Lauro. La Capua negata che c'è e non si può vedere...

capuamaivistaLa Capua negata, quella che c'è, e non si può vedere. O meglio, quella per la quale si potrebbe investire, mettere a frutto, facendo leva sulla vera ed unica identità : il paesaggio culturale. È la Capua sotterranea, che potrebbe rappresentare il grimaldello per sollevare il turismo ed il commercio. Quella Capua riscoperta da una brillante intuizione di Capuaonline, il portale di informazione, che da vent'anni è presente in rete, con tanto di redazione e testata giornalistica, che organizzò un interessantissimo percorso, avvalendosi, non solo della disponibilità dell'amministrazione comunale dell'epoca , quanto di associazioni di categoria e soprattutto di Pompeo Pelagalli, indiscussa figura di attento conoscitore della storia della città. La villa comunale è "ancora" chiusa, e con essa l'ingresso alla Capua sotterranea, attraverso il cunicolo principale, che, all'occorrenza, in virtù dei bombardamenti aerei del secondo conflitto bellico, venne utilizzato quale ricovero, stesso artefizio, anche per quello di via Pomerio. Ebbene, l'accesso attraverso il cunicolo della villa comunale, proietta  i visitatori nella storia della città, almeno in un arco temporale di duecento anni, ovvero, dal 1500 al 1700, creando uno spaccato antropologico tra la Capua militare e quella ecclesiale, la Capua dei Papi e dei Vescovi, insomma. Per altro, esistono ulteriori testimonianze, anche, di genesi fantasiosa e non certificata, che indurrebbero a pensare che, attraverso i cunicoli, si arriverebbe addirittura nei pressi della Capua Vetere. Di certo, quelli percorribili, almeno in occasione degli eventi di Capuaonline, conducevano direttamente alle fortificazioni, che nella meravigliosa ed autorevole eleganza, fungevano da difesa per la città. Anche qui, a riguardo, per le mura bastionate, occorrerebbe una delicatissima iniziativa di recupero architettonico, dove l'evidente degrado è palese e coinvolge l'intero attracco di collegamento, composto dai ponticelli della porta Napoli e dai parapetti della stessa arteria. Le segnalazioni, suffragate da foto testimoniali, abbondano negli annali dei social e degli organi d'informazione.Le fortificazioni capuane trovano collocazione nel corso del vicereame spagnolo, risalente al 1503, con realizzazione su più fronti: dal lato orientale, con lo Sperone, Olivarez, d’Aragona, Eugenio e Daun; gli ulteriori due ultimi, siti sul fronte occidentale, furono cambiati i nomi in quelli di Carlo ed Amalia, per onorare il sovrano, Carlo di Borbone. Capua, in virtù di questo apparato difensivo, è stata definita da letterati e studiosi  "città fortezza". Nel corso dei secoli, conseguenti alla sua fondazione, la città, ha subìto, per le mutate tecnologie belliche, numerose trasformazioni. Quella che ammiriamo con profondo stupore, ma altrettanta amarezza, per lo stato di abbandono, che si alterna a sporadici interventi di bonifica, è la cinta del conte Miranda, vicerè spagnolo, dovremmo essere sul finire del cinquecento. Il progetto di Ferdinando Manlio, voluto dal vicerè Don Pedro di Toledo, che ebbe corso tra il 1552 ed il 1588, determinò la demolizione della  Porta Federiciana e di parte delle Torri di Federico II. Successivamente, a partire dal 1586 ad opera di Benvenuto Tortelli, furono costruiti altri due fronti di difesa, che passarono così da tre a cinque, e furono ridisegnati gli accessi alla città. Col viceregno austriaco, agli inizi del settecento, Jean Antoine d’Herbort realizzò un ulteriore potenziamento dell’impianto difensivo, creando le “flescie” collegate alla cinta bastionata, un ulteriore bastione e due polveriere di cui rimangono i ruderi. Una è quella del Gran Maestrato di San Lazzaro. Ed  Inserito nel tessuto delle fortificazioni e costruito tra il 1542 e il 1552, il Castello di Carlo V, di cui è in atto un intenso epistolario politico istituzionale, che però è di gran lunga in discussione per problematiche connesse all'opificio presente nell'area di diretta pertinenza.Il castello di Carlo V, è opera di progetto di Gian Giacomo dell’Acaya, architetto di origini pugliesi, mentre la direzione dei lavori fu affidata ad Ambrogio Attendolo, architetto capuano.

 

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