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Foglie di Lauro. Placito Capuano: l'eloquenza della scrittura evidenzia il senso di tutto il processo capuano. La nascita della lingua italiana

lingua italianaL'eloquenza della scrittura, evidenzia il senso di tutto il processo capuano, attraverso il quale, l'intuizione del giudice, generò il primo testo in volgare, per cui è ampiamente dimostrato, che qui, a Capua, nacque la lingua italiana.
"Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti".
So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto. Ed il primo di quattro Placiti, detti anche Placiti cassinesi, dal 960 al 963.
Ciò si legge, anche, nella targa commemorativa del monumento realizzato a San Salvatore a Corte, dove i volontari "Aperti per Voi" del Touring Club Italiano, hanno sede e germogliano idee e progetti, nutrendo l'identità culturale e turistica di Capua. Un gruppo di persone accompagnate nel percorso intrapreso da oltre un ventennio dalla console Annamaria Troili e da Pompeo Pelagalli, anfitrioni di un sentimento comune e viscerale nei confronti di questa bella cittadina casertana, il cui profilo, caratterizzato da cupole, campanili e la torre merlata, la rendono protagonista nel mezzogiorno italiano. Il Placito Capuano, in sostanza, componente delle quattro sentenze giudiziarie, volute dal giudice di Capua, Arechisi, in volgare, perché i contenuti del discorso fossero chiari anche ai presenti, non conoscitori del latino. L’autore del Placito, è dunque Arechisi, il giudice della città di Capua, che fu chiamato a risolvere una contesa fra i monaci di un monastero dipendente dall’Abbazia di Montecassino ed un privato di nome Rodelgrimo, il quale pretendeva che gli venisse riconosciuta la proprietà di alcune terre, rivendicate invece dai monaci, in base a un utilizzo, in modo continuativo, per oltre trent'anni. Nel documento, è riportata la testimonianza di un chierico e di alcuni abitanti del luogo. Trattandosi di un documento ufficiale, il testo è scritto quasi interamente in latino, ma nel momento in cui il giudice ascolta la testimonianza a favore dei monaci benedettini, riporta il contenuto, servendosi del volgare campano, cioè della lingua attraverso la quale si esprimevano i testimoni.
Nella trascrizione, il giudice, però, corregge la forma ortografica, fornendoci così un importantissimo esempio – il primo – di uso ufficiale del volgare illustre. Per questo motivo, il Placito capuano è considerato il primo vero testo in volgare italiano. Il programma delle celebrazioni di quest'anno è, però, solo di carattere multimediale, non trovando coincidenza con le determinazioni conseguenti al periodo pandemico. Filmati, racconti, immagini, vengono diffuse attraverso la rete, un contributo che testimonia la volontà di celebrare l'evento, nonostante tutto. E fa capolino, anche, il coinvolgimento di Francesco Sabatini, il presidente onorario dell'Accademia della Crusca, che proprio in virtù della "vicinanza" linguistica a Capua, ne ha ricevuto la cittadinanza onoraria. Fin qui l'articolo, che ovviamente non ha soddisfatto pienamente il cronista, che con umiltà, si affida - come sempre - alla sapienza del suo maestro, Pompeo Pelagalli. La discussione genera una precisazione storiografica, che rimane scritta nella storia di Capua, per cui riteniamo di esserne modesti narratori.
Pompeo Pelagalli, perciò, aggiunge, richiamando Nicola Cilento; l'Abate Aligerno era accompagnato da Pietro, chierico e notaio, Avvocato del monastero e da tre testimoni: il monaco e diacono Teodemondo, il monaco e chierico Mari, il chierico e notaio Gariperto. Questo avvalora ancora di più, la tesi, che le espressioni in volgare della loro testimonianza, è voluta perché erano persone che ben conoscevano anche il latino. Poi, quando i testimoni dicono "per kelli fini que li contene " si riferiscono alla descrizione della mappa del territorio, descritto con i suoi confini. Quella mappa, contenuta in quei rotoli chiamati "abbreviatura ". Il primo giuramento avviene sulla "abbreviatura", il secondo sul Vangelo tenuto nelle mani di Rodelgrimo. Per cui, la famosa frase in volgare è ripetuta e trascritta nel Placito per ben sei volte.

 

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