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Foglie di Lauro. III° parte: le lettere a Renato. Storie,racconti, episodi della nostra Capua

storie3Ancora una corrispondenza epistolare di Pompeo Pelagalli, la terza, indirizzata al suo amico d'infanzia Renato, ma che coinvolge tutti noi. Un racconto, questa volta, che parte dalle fanciullezza, gli anni scolastici, la vecchia Alifana con la stazioncina di via Pomerio, la triste storia di Peppino e che risalta, in un caleidoscopio di ricordi, le tradizioni del carnevale capuano: maschere, ironia, sarcasmo, ma soprattutto le canzoni a tema. Tradizioni che coinvolgono parolieri e musici, ante e post conflitto bellico. Testi e spartiti che fanno parte del patrimonio culturale della nostra città, ma anche il liceo musicale "Giuseppe Martucci", con il ricordo dei fratelli Garofano Venosta e di Carlo Porciello, fino al lungimirante successo del Liceo di Capua e del dirigente Giovanni Di Cicco. Un racconto che si legge con passione ed amore, soprattutto nei confronti del genius letterario di Pompeo Pelagalli, di cui, con orgoglio, ci vantiamo di essere suoi discepoli.

Caro Renato,
continuo a scriverti sempre con la speranza di avere una tua risposta o un tuo qualsiasi riferimento. Dopo la gentile pubblicazione su“Capuaonline” con la presentazione del carissimo e fraterno amico Gigi Di Lauro, che ringrazio di vero cuore, insieme ai “ragazzi” di questa testata, e dopo numerose attestazioni di lettori e amici, conto su una divulgazione tale da raggiungerti nel tuo eremo dorato, che continuo a non conoscere. Siamo, ormai, agli inizi di aprile e si avvicina anche la celebrazione della Pasqua di quest’anno bisestile e, intanto, continua il pericolo di questo virus, che tante vittime sta mietendo. Ma, io, armato di un costante “serenavirus”, ti dico che bisogna avere il coraggio della paura. Ti dico subito perché uso questa definizione. Ho avuto una terribile esperienza in merito tanti anni fa. Avevo tredici anni e avevo tanta paura dopo essere uscito indenne dalle bombe e dalla guerra vissuta, andavo a scuola a Santa Maria Capua Vetere a quello che allora era il “Ginnasio Inferiore”, sito in fondo a Via Albana; frequentavo quella scuola perché da tempo avevamo lasciato Capua e, con tutta la famiglia , senza casa, fummo accolti in un stanza adiacente il cortile della casa di un ferroviere, amico di mio padre, in San Prisco. Mentre avevamo ancora le truppe angloamericane in giro, riaprirono le scuole e, con altri ragazzi, a giorni alterni, da San Prisco andavamo a S.Maria. Non ti dico che scenari si aprivano davanti ai nostri occhi, non si può immaginare che, dopo il così chiamato “ponte di San Prisco” e il grande edificio del Mulino Parisi, vi era solo campagna fino alle prime case di S.Maria e non dimentico mai lo spettacolo, che vedevamo a ridosso del muro del Mulino, dei “funari”, di quegli uomini che intrecciavano le funi di canapa procedendo sempre all’indietro, da cui il detto nostrano “chille va areta areta comme u funare”. Arrivato agli inizi di Via Albana, mi fermavo a salutare zia Amelia, la più giovane delle sorelle di mia nonna materna, e spesso mi intrattenevo a prendere qualcosa di caldo vicino al braciere e a scherzare col piccolo Peppino. La stessa cosa continuavo a farla l’anno successivo, quando tornammo a Capua e prendevo il trenino della “Piedimonte d’Alife” alla stazione di via Pomerio e scendevo a S.Maria centro. Avevo più tempo per sostare dalla zia per l’orario anticipato del treno. Una bella mattina, appena arrivato, trovai Peppino nel cortile che si gingillava con un proiettile di medie dimensioni, un classico residuato bellico di quelli che ancora erano in giro. Alla mia preoccupata domanda e all’invocazione di lasciare quel pericoloso oggetto, il piccolo Peppino di sette anni mi rispose allegramente che un suo zio (Vigile del Fuoco a Secondigliano?!) intendeva farne un accendisigari. A tale risposta preso da una incontenibile paura scappai a scuola anche prima dell’orario di apertura. Verso le 10 e trenta sentimmo in classe con i miei colleghi un grosso boato, ma non ci facemmo troppo caso, dati i tempi di continue disgrazie e presi dall’attenzione alla lezione. Poco dopo le 11 si aprì la porta della mia classe e il Preside introdusse mia madre che, piangendo, mi chiuse in un abbraccio incontenibile. Peppino e lo zio pompiere erano morti per lo scoppio di quel proiettile e, a Capua, chi conosceva le mie abitudini mi aveva dato per morto.
Ecco, caro Renato, la spiegazione di quel coraggio della paura e in questi tristi momenti non ci resta che restare in casa fino al momento benedetto in cui la scienza medica non trova un antidoto o un vaccino per sgominare questo tremendo virus coronato. E dobbiamo ricorrere ai ricordi e alla cultura, ai momenti di vita vissuta in questo secolo e in quello precedente con amore e con passione e così spero anche di aggiornarti sulle cose di Capua che tu non hai potuto conoscere per i tuoi compiti di ufficiale dell’Aeronautica sempre in giro. In casa per tanti giorni dobbiamo anche adattarci ad un regime di isolamento e veder crescere i capelli senza poterli tagliare. E allora mi viene in mente una frase di mia madre di fronte alla mia resistenza ad andare dal barbiere : “Ue ma vire che pagliare tiene in cape, me pare Sor Pampurio “. Si Sor Pampurio il famoso personaggio del Corriere dei Piccoli dalla incomposta capigliatura , te lo ricordi Renato? Oggi non potrebbe vivere perché aveva l’abitudine di cambiare sempre casa insofferente dei nuovi vicini. Bene. In questi giorni ho ritrovato un vecchio faldone carico di appunti, ritagli di giornale, qualche foto e programmi di Carnevale, soprattutto di quelli che ho presentato per diversi anni. Insieme a tutto questo materiale, ho trovato anche una piccola raccolta di canzoni antiche, composte per il Carnevale di Capua e tra queste ne ho trovate alcune di Carlo Porciello e allora ho ricordato che fu proprio lui a darmi quei testi. Renato tu probabilmente non lo ricordi, ma ti posso assicurare che era una persona eccezionale. Impiegato comunale con una grande passione per la musica e, con le sue mani affusolate, ottimo pianista, Carlo, Carluccio per gli amici, verso la fine degli anni sessanta abbandonò tutto per dedicarsi esclusivamente al suo sogno di costruire in Capua un Liceo Musicale intestato a Giuseppe Martucci. Poco prima con un gruppo di capuani autentici tra i quali i fratelli Francesco e Salvatore Garofano Venosta, Rosolino Chillemi, Pompeo Rendina, Bruno Giordano, il canonico Petrella e il preside Fernando La Marra, costituimmo e fondammo l’Accademia Martucciana con lo scopo di ricordare e celebrare il nome del nostro grande musicista, nostro concittadino, Giuseppe Martucci. Fin dal primo concerto e poi per i saggi di fine corso del Liceo voluto e animato da Carlo, fu proprio lui a volermi al microfono per le mie prime presentazioni. Con grande emozione ho presentato concerti memorabili e ricordo che tra gli spettatori avevamo una anziana nipote di Giuseppe Martucci, ospite della famiglia La Marra, e tra i musicisti che ricordo sempre con affetto, i maestri Salvatore Balzanella, Pietro Condorelli, Mariano La Marra e Andrea Ventriglia. Ma, mentre l’Accademia Martucciana con gli anni non era più attiva, il Liceo Musicale, istituito con atto notarile nel 1972, presentava nell’Aula Magna del Magistrale Pizzi il 7 febbraio 1987 il “Primo Incontro Musicale” dei suoi allievi, organizzato con una passione straordinaria da Carlo che fremeva dietro le quinte mentre io introducevo, uno alla volta i vincitori di quel concorso. Poi, continuò ancora l’attività di questo Liceo, ma senza fondi e con il proverbiale scetticismo capuano, andò sempre più scemando fino a scomparire con l’immatura scomparsa di Carlo, che oggi sarebbe felice sapendo che ora esiste in Capua un vero Liceo dallo stesso nome con una sede propria e sempre nel nome di Giuseppe Martucci, miracolo realizzato dal fervore operoso ed entusiasta del Preside del Liceo Garofano, Professore Giovanni Di Cicco. Caro Renato, torniamo a quella raccolta di antiche canzoni scritte e musicate per il Carnevale di Capua. Si ho potuto constatare che era una tradizione della nostra manifestazione bandire un concorso per autori di canzoni con premi ed esecuzioni pubbliche, come una piccola Piedigrotta e tra le sorprese ho trovato una canzone del 1921. Una simpatica e garbata presentazione di “queste di Capua son le mascherine, Brillanti, cortesissime e carine: a Voi , gentil Signora, io le presento e del compito mio son ben contento. E sono quindi elogiatissime: Tosca la regina dei cuori, che visse di canti e di amori;e poi la fioraia Albione graziosa, vispa e gaia;e poi una “Fiorentina” una Zingarella e una Madama di Tebe e ancora altre tra mille lazzi e mille frizzi A voi Pierrots, simpatici scugnizzi, Salutate , in ginocchio, la Signora che vi sorride, vi riceve e onora e ,quindi, una “Strimpellata di Pierrot”, il pianto di un uomo che ama ardentemente una donna “bellissima e ingrata” che non risponde alle sue notturne e appassionate serenate tra una bianca luna e le tante stelle “nell’arco del ciel”. Composizioni semplici ma significative di un’epoca così lontana. Non sono segnati gli autori ma è riportato un nome De Carolis Oreste. Ma non possiamo dire che sia lui uno degli autori. Si nota anche il riferimento alle eroine magnificate in quell’epoca in cui erano acclamate e seguite le “Operette”.
Poi, alcune di queste canzoni sono datate come “O’ Carnevale ‘e Capua” che riporta il Carnevale Capuano del 12-19 e 21 febbraio 1939, sotto l’egida del “Dopolavoro” nell’anno XVII, naturalmente del regime fascista. Una canzone firmata: Versi di V. Brandi e musica di Di Bene Benedetto, in cui si comunica a una certa “Rusì” che ‘O Cumitato st’anno a fatte nu schicche Carnevale col quale se diverte a giuventù. Poi, ed ecco lo spirito del tempo di una Capua già affollata di soldati, “Ball’ o fante, ball’aviere Balla pure ‘o furastiere”. E, quindi, il solito “Amore contrastato” con i versi di Gica e la musica di A. Solari, in cui, nonostante l’opposizione “di tutti i tuoi” l’amore già sbocciato “matura e si realizza “nella campagna profumata ove i tuoi t’avevano portata”. Renato, hai capito, allora i migliori amori sbocciavano e si “realizzavano” in campagna, magari sul prato sotto una pianta profumata.
E si cantava, anche in epoca recente, tanto che ricordo un po il motivo, l’Inno Carnevalesco, con i versi di A. Iannone e la musica di Di Bene Benedetto, col quale si celebravano e si accoglievano a Carnevale le “maschere d’ogni paese del suolo Italico forte e cortese”cioè Gianduia, Brighella, romantici Pierrò, Pulcinella e la grazia di Colombina e l’astuzia di Rosina, e, quindi si invocava “Morte agli orribili banchi di scuole! / Evviva l’aria – le stelle e il sole! / Evviva i liberi- moti del cuore…/ Evviva i debiti- Viva l’amore/ Finchè dura giiovinezza/ l’avvenir laudato sia” Una canzone che è tutto un programma.


"Caro Renato, queste canzoni riflettono pur sempre il carattere dei capuani e le cose che ancor oggi si dicono. Questa canzone, ad esempio, “Nubiltà Capuana”, di Brandi e Farina, dopo aver magnificato “Capuanelle rose belle/ Vera stirpa e nubiltà” poi , nell’ultima strofa ecco la celeberrima affermazione: “A Capua appena vene o’forastiere/ Ce resta e se vo subbito ‘nzurà/ ‘O danno ‘a croce 0’ fanno Cavaliere,/ E’ rispettato e nun se mova a ccà, / Pe’ tratte e sti ffigliole capuanelle,/ Femmene schicche e uocchie tantu belle” Non ti pare che questo sia un “lamento” ancora attuale? Poi una canzone che partecipa al concorso numero 1, di Di Benedetto Lorenzo e Lorenzo Gargiulo dal titolo “Sott’ a Maschera” con preciso riferimento alla baldoria interessata Stasera uommene e femmene/ sott’e cchiù belle maschere / vasateve e abbracciatève” E’ vero: chi non è stato tentato? E poi non manca una tarantella dal titolo “A Festa bella”(Tarantella e Primavera”) di Cardillo e De Blasio ancora un inno alle piacevoli scampagnate, da non intendere come i picnic di oggi (che sogno in tempi di coronavirus).
E con parole e musica di Di Benedetto Vincenzo, iscritta al concorso col n. 2 , una esilarante “Strighimmece Cuncè”, in cui il tono è perentorio: “Nun voglio sentì storie/ Cuncè ti à decidere” e col permesso chiesto a “mammeta” dobbiamo divertirci. Si, Renato, sono tante le canzoni ed è difficile la scelta. Una canzone di Vito Laudadio (n.12 al concorso ma non si sa di quale anno) inneggia al Carnevale e alle maschere. E il maestro Aldo Acunzo con la canzone n.4 “’A festa ‘e Canevale”che descrive lo splendore del Corso illuminato e i cuori in grande allegria e “’A ggente ‘e stu paese/ Se vo sule divertì”. Ricordo che con Acunzo, Salvatore Luongo, Franco Fierro e tanti altri rinnovarono la tradizione dal 1970 con il “Carnevalino d’Oro” dedicato alle canzoni carnevalesche per i bambini, edizioni che ho avuto l’onore di presentare in gloriose serate al Ricciardi. Ma, voglio chiudere questa rassegna citando ancora Carlo, Carluccio, Porciello con due sue canzoni molto significative per l’amore che portava per Capua.
Canzone n.14 è “Canzone alla mia Città”, un madrigale dedicato al ritorno del Carnevale, più bello che mai, che ridona a Capua il sorriso e la festa “Oggi, sembri un incanto/ non c’è più il tormento/ dei giorni lontani;/ Quest’oggi il dolore hai scordato,/fra carri e canzoni…..” un chiaro riferimento alle dolorose ferite della guerra passata. Intensa come quella più celebrata, che qui non posso proporre perché illeggibile, col numero 17 “Capuanella”. Un ritmo moderato dedicato alle ragazze di Capua, le Capuanelle, che ‘a dummeneca tu o corso/ o fate spisse sotte e n ‘coppe/ t’accuntiente sulamente e cammenà/ Si smurfiosa ma si bella/ o Rusalia o Nnanninella/ sì dd’ò cielo a stella e chi te po' acchiappa?”. Canzone molto bella e delicata.
Caro Renato, mi fermo qui, anche se su questo tema ci sarebbe tanto da dire e ora spero che qualcuno possa fornirmi altre notizie o altro materiale a corredo di un tempo ardente e appassionato col quale i capuani animavano il loro Carnevale. Una manifestazione che ho vissuto in prima persona e di cui ti parlerò nelle prossime lettere, sempre con la speranza di rintracciarti."

 

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