Banner

Foglie di Lauro. II° Parte: le lettere a Renato. Storie, racconti, episodi della nostra Capua

letterearenatoL'amore sincero per Capua; fatti, avvenimenti, cronaca di chi ha saputo narrare con meraviglioso coinvolgimento emotivo anche momenti di dramma. Pompeo Pelagalli ci dona il secondo scritto, per conoscenza, il destinatario è Renato, suo amico, collega negli studi, capuano anche lui.
Questa volta il racconto parte dalla fanciullezza, con i luoghi del centro storico, poi Napoli, la guerra, l'armistizio, la ricostruzione.
Un racconto che si legge tutto d'un fiato, perché appassiona, rende protagonista anche chi non ha vissuto direttamente l'epoca di ambientazione.
Ancora una volta, Pompeo Pelagalli, certifica il ruolo di fine dicitore e testimone del nostro genius loci.
Impossibile per il modesto cronista, suo allievo, ammiratore e "seguace", non approfittare dell'occasione per rendere pubblico, un ulteriore documento di uno spaccato vissuto nella nostra città, narrazione opportunamente utilizzata per rendere meno pesante il momento che tutti noi stiamo vivendo.

 

"Caro Renato,
torno a scriverti e spero sempre che possa raggiungerti in qualche modo, reso ancora più difficile dall’insorgere di questa pandemia da “coronavirus” che tante vittime sta mietendo in tutto il mondo e che tanta preoccupazione suscita in tutti. Io sto opponendo a questa brutta atmosfera le iniezioni di “serenavirus” e anche questo esercizio di ricorrere al passato ricordando momenti di vita vissuta e superati credo che possono darci maggiore coraggio. Non so come tu hai passato gli anni della nostra infanzia ma ti posso dire che la mia è stata felice trascorsa tra vico Paolo Bottoni, ove, in fondo e sotto un arco era la casa dei miei nonni materni dotata di un bel giardino con un bel gazebo fiorito al centro e tante aiuole e tanti animali, comprese le tartarughe, e via Duomo, dove all’angolo sorgeva il bar di mio nonno chiamato “Stefanu o cafettiere”. Figlio unico, coccolato non solo dai genitori e dai nonni, ero “Pumpiucce” per la signora Carmela Pesa che vendeva scarpe e che con le scatole vuote mi riforniva della materia prima per i miei treni che viaggiavano da una stazione all’altra, cioè da una aiuola all’altra. Il marito don Eugenio mi adorava e profetizzava per me un grande avvenire. E, poi, il negozio a fianco, dopo il salone di “Fasulillu o barbiere”, alias Gaetanino Grimaldi, secondo marito della vedova D’Aquino, mamma di don Umberto, era quello della signora Cosmi, mamma del mio caro amico Franco, che ci raccontava di aver conosciuto, da giovane, Totò e di aver vissuto al Rione Sanità a Napoli. Ci affascinava quando raccontava che un gruppo di amici dotarono della sua marsina Totò e lo spinsero ad esordire in un cafè chantant di Piazza Dante. Nel vicolo giocavamo con il cugino Tonino Capozzi che ci raccontava di sue visioni di “soldatini invisibili” e altri ragazzi con i giocattoli semplici di allora. Avevamo soggetti “incazzosi” e inavvicinabili come il papà Andrea di Franco e il vecchio “Tatano” Camardella che ci “sucutava” sempre quando andavamo al suo tabacchino a comprare la sorpresa contenuta in un piccola scatoletta piramidale con la moneta da venti centesimi. Ma spesso andavamo al terzo piano del portone di via Duomo ove era il Canonico Fierro, chiamato “Chitarrella”, che ci proiettava in otto millimetri tutte le pellicole in bianco e nero di Charlot. Cosa che alternavamo con il teatrino organizzato dai nostri amici più grandi Mario Minieri e Gianni Grimaldi. E, all’ora di pranzo al balcone della nostra casa arrivava il solito richiamo: “Pompè appiccia a radio” e io rispondevo: “aspettate se sta scarfanno”. Per forza la radio(un apparecchio fornito anche di giradischi a 78 giri) a valvole aveva un tempo per riscaldarsi e poi funzionare. La Eiar trasmetteva, in diretta, le canzoni e le musiche delle migliori orchestre del momento; Tullio Serafin , l’Orchestra Zeme, la Orchestra Anepeta con le canzoni napoletane, l’orchestra Barzizza da Milano, e poi Gorni Kramer con Natalino Otto e quindi Cinico Angelini con una esordiente Nilla Pizzi e tante altre ancora con i cantanti Oscar Carboni, Rabagliati e tutti con il loro stile prevalentemente melodico ma anche con ritmi elevati e arditi come Ernesto Bonino a imitazione della scuola del Jazz proibito dal regime. In tutta via Duomo eravamo una sola famiglia e le feste si facevano spesso nel giardino di mio nonno sotto un pergolato di roselline bianche con degustazioni di spaghetti mangiati anche con le mani. Ricordo sempre don Umberto, allora seminarista , che rifiutava una foto per non lasciare un bel piatto di pasta! Quando mi regalarono una biciclettina facevo lunghissimi tour tra piazza Duomo e le colonnine di Piazza dei Giudici e spesso dai balconi della Signora Guillett c’era una bella signorina che mi lanciava fiori ad ogni passaggio. Caro Renato, non ti meravigliare perché una sola auto sostava in Via Duomo, la Balilla del Dottore Ferdinando Lusi sempre disponibile con tutti, e perciò potevo correre come volevo. Poi, ci trasferimmo a Napoli perché il mio papà era ferroviere presso il deposito del Personale Viaggiante alla stazione di Piazza Garibaldi. Ho fatto anche la prima elementare alla scuola della “Carriera Grande” ove i miei colleghi mi chiamarono “pallista” per le cose che raccontavo di Capua e dei miei viaggi che loro ritenevano incredibili. Anche in questa casa in un condominio di proprietà del Pio Monte della Misericordia vi era una signorina, caporeparto alla Fabbrica dei Tabacchi, zitella e sola che mi adorava e avevamo una bellissima amicizia con la famiglia al primo piano dei Parlato, una famiglia numerosa e operosa con il papà esercente una grande autofficina, tanti figli , operai di riparazione auto, un pilota di navi al porto, un autista di pullman cittadini e due sorelle molto amiche di mia madre. In quel tempo ho conosciuto Napoli, le strade principali e i vicoli, al seguito di mia mamma che mi portava con lei dappertutto. Poi cominciarono i bombardamenti e tornammo a Capua con i nonni. La seconda elementare alla scuola di Porta Roma con la mia maestra, la magrissima signorina Giulietta Palange che mi veniva a prendere al bar dopo colazione e alla sua mano facevo il ponte romano fino alla casa dei De Rosa ove era un giardino con l’asinello bendato che faceva ruotare la tramoggia per irrigare la campagna. Ero il signorino spesso preso in giro dai figli dei contadini che frequentavano quella scuola. In seguito, ormai in quarta elementare, ero alla scuola del Gesù Gonfalone(“ o Giusessiello”) col maestro Bove, detto “a morte ncoppa i chiaccanette” per la esagerata magrezza del suo viso e avevo come compagno di banco Eduardo Buonanno. Durante questo periodo cominciarono i bombardamenti e il maestro spesso ci faceva lezione a casa sua che si trovava alla fine di via Lorenzo Menicillo accanto al ricovero che era nel cuore delle fortificazioni allora esistenti. In primavera lasciammo Capua per rifugiarci presso un mio zio a Teano, ma dopo un tempo di calma cominciarono i guai. Siamo nel 1943 a metà settembre i tedeschi cercavano gli uomini e mio padre riuscì a non farsi prendere modificando l’anno di nascita sulla carta d’identità. Per essere sicuri l’accompagnammo a piedi fino a Capua. Arrivammo in serata, era già buio, e sulla collina vicino alle Torri di Federico II, ove oggi è la Clinica Villa Ortensia. Capua era uno spettacolo spettrale dopo i bombardamenti, vigeva il coprifuoco e i tedeschi sparavano a vista. Ricordo con emozione quei tragici momenti. Dalla riviera di fronte a noi si levò una voce robusta “Ue Ste(Stefano mio nonno) non te movere alloca”. Era Ciro o’ gigante che silenziosamente troneggiando sul suo “lontr” ci traghettò fino all’altra riva, un vero eroe, che ricordo sempre se chiudo gli occhi. Ero rannicchiato nel fondo dell’imbarcazione e vedevo la mole di questa persona che dominava la scena e mi chiedo oggi quante persone abbia salvato rischiando e sfidando i tedeschi. Ci rifugiammo, nei pressi di via Pomerio, e fummo accolti con amore nella sua stalla da Luisella “a Vaccara” che ci offrì latte caldo appena munto e qualche fetta di pane. All’alba salutammo papà che percorrendo la strada ferrata della “Piedimonte d’Alife” raggiunse Napoli ove era considerato militarizzato come ferroviere in servizio ma di lui non sapemmo più niente per oltre 40 giorni. Noi, io mia mamma e i miei nonni materni, tornammo a Teano percorrendo i 25 chilometri sempre a piedi. E subito dopo cominciarono i più grandi pericoli. Un giorno in un bombardamento arriva una bomba di aereo e si ferma in un rigagnolo asciutto tra la nostra casa, vicino all’arco all’inizio del paese, e la chiesa accanto, senza scoppiare. Ci rifugiammo in una casa a piano terra confinante con un giardino. Durante un cannoneggiamento arriva un proiettile che scoppia nel muro di cinta del giardino: si apre la porta del giardino e le schegge le sento ancora sfiorarmi il viso. Il figlio del proprietario fu colpito in una gamba e al povero giovane dovettero amputare la gamba. Scappammo nel ricovero dei Sardella, allora grossisti di legname, e durante la notte arrivarono le bombe sull’ospedale di Teano. Il ricovero che era quasi sotto all’ospedale per fortuna resse ma morirono tanti poveri malati ricoverati e non fu colpito Rommel che era già scappato, come sapemmo dopo. In mattinata scappammo e durante il tragitto, in campagna, ci salvammo fortunatamente lungo una siepe a un mitragliamento che doveva colpire i tedeschi che erano già lontano. Affannosamente raggiugemmo la frazione di Casi e ci chiudemmo con tante altre persone in una grotta, di quelle che producono anche gas nocivi. Ci restammo per quasi dieci giorni, durante i quali i cannoneggiamenti non avevano soste e mia mamma mi nutrì con una scatola di latte condensato Nestlè e un pò di pane biscottato, mio nonno procurava qualche peperone scambiandoli con i suoi sigari e qualche castagna trovata per strada durante qualche rara sosta. Arrivarono gli alleati il 31 ottobre il termine evocato da mia nonna che diceva “nun addà finnì u mese e chella bella Maronna e Pompei”. Immediatamente scendemmo da quelle colline e scavalcando i grandi platani abbattuti dai tedeschi ci trovammo di fronte ad una trincea. E chi se lo scorda più: dal fondo della trincea si alza un elmetto a larghe tese che nascondeva un soldato canadese che mi porse un pezzo di pan carrè bianchissimo colmo di marmellata di amarene. Renato, ti lascio immaginare la mia emozione, lo stupore e la gioia di mordere , dopo tante sofferenze, quel boccone saporito più che mai. A piedi, i soliti 25 chilometri, tra soldati, mezzi blindati, cannoni e cannoncini fino al ponte di barche che attraversammo per raggiungere la nostra casa mezzo distrutta in vico Paolo Bottoni e appena in tempo per vedere il bar del nonno rimosso dalle ruspe dell’esercito inglese. Che pena nel cuore vedere la bellissima e ancora nuova macchina di caffè espresso “Victoria Arduino” con la sua aquila svettante in cima rimossa con le macerie! Nei giorni successivi ci rifugiammo presso la casa della mia bisnonna Caterina, madre di mio nonno Stefano, un basso con il soppalco per ospitare i letti, ove ora è l’enoteca “Il Tralcio” di Francesco Natale. Alla sera scattava il coprifuoco e il Corso Gran Priorato di Malta era pieno di soldati stranieri, mentre i soldati italiani prigionieri degli inglesi erano accampati presso la località del campo profughi. La polizia militare americana era particolarmente severa e quei manganelli erano adoperati spesso anche per piccole infrazioni. Ne fece le spese anche il mio papà che andava avanti e indietro da Napoli ove faceva servizio come ferroviere al deposito personale viaggiante con una mia bicicletta, una Gloria ragazzo con i cerchioni in legno, che aveva attrezzata con un capace portabagagli per portare pane fresco di Melito oppure olio di Bitonto e tanti alimentari. Ma spesso lo vedevamo partire e non sapevamo quando potesse tornare. Ebbene, avevamo una “veggente” in casa e non lo sapevamo: la nonnina, sempre rannicchiata sulla sua sediola con in mano una eterna corona per il Rosario. Quante volte confortava la mia mamma e spesso ci azzeccava: “Uè Lina (il nomignolo di mia mamma Carolina) uard (guarda) che Mimì (mio padre Domenico) sta arrivann” ; “Lina , Mimì sta a porta Napoli” e dopo pochi minuti papà arrivava!
Oggi siamo chiusi in casa per evitare il contagio del “coronavirus” però comunichiamo in voce e in video con i cellulari e i pc con tutti i nostri cari, parenti vicini e lontani, amici e tante altre persone. E questa è una grande cosa: anche se vi sono pericoli in giro imminenti e contagiosi abbiamo il conforto della comunicazione e la possibilità di conoscere le notizie ogni minuto. I nonni , come me e te, caro Renato, servono, eccome, per confortare e sollevare i più giovani. Non possiamo nascondere i pericoli esistenti ma possiamo aiutarci con quelli che io ho definito “serenavirus” in attesa che l’incubo finisca e torniamo tutti liberi e più forti di prima. Ho manifestato anche con un commento su un facebook le mie opinioni in proposito. Mio figlio Mimmo ricorreva alla sua esperienza di pescatore che si doveva adattare alle mutate condizioni del fiume, spesso dopo un’inondazione. Io ho detto a commento che “Il mondo è cambiato profondamente. Questa è la prima cosa da considerare per l’avvenire. Il virus non ha confini dall’Oceania alle Americhe e all’Europa : questa la prima lezione. Il mondo va considerato nella sua totalità e bisogna attrezzarsi per un radicale cambiamento a cominciare dalla Scuola che deve dedicarsi esclusivamente alla formazione, perché abbiamo bisogno di uomini nuovi per abbattere tutte le barriere, tutti gli egoismi, tutti gli ostacoli dovuti alle dottrine sbagliate che ancora oggi vengono seguite. Gli uomini della nostra generazione hanno acquisito una lucidità in proposito perché hanno percorso tutto il ‘900 a cominciare dal retaggio degli avi più diretti e valutano coscientemente gli errori del passato che non ci possiamo più permettere : colonialismo, schiavismo, razzismo. Siamo tutti cittadini del mondo senza distinzione e i dolori delle famiglie dei perseguitati in Africa o in America o altrove sono miei e vanno affrontati e risolti per il bene di tutti. Chi deve farlo? Secondo me solo le idee e la forza prorompente dei giovani come Greta Tunberg e i suoi coetanei, solo loro possono farcela con il sostegno di tutti nella visione dei Grandi del passato a iniziare da Pericle, a finire a Nelson Mandela, a Martin Luther King, il Mahatma Gahndy e le idee dei Kennedy. Questo ci dice il virus: il mondo va cambiato radicalmente. Questo si vede in un futuro migliore non solo ma necessario. Parola di chi vede da lontano per i troppi anni vissuti.” Caro Renato, ti saluto con un abbraccio virtuale e ti prometto che nella prossima lettera ti parlerò di qualcosa di più allegro: il Carnevale di Capua."

 

Banner
 
 
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner

Capuaonline.com utilizza i cookie per migliorare la vostra esperienza sul sito. I Cookie essenziali impiegati per il funzionamento del sito sono stati già impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, vedere la nostra policy sulla privacy .

Accetto i cookie da questo sito.