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Capua: Sabato 17 marzo, un convegno dedicato a Federico II 'Stupor Mundi'

Piazza dei Giudici - Cultura ed Eventi

san salvatore a corte 0

In occasione dell’anniversario delle Assise di Capua (vedi sotto nota sulle Assise di capua tratta dalla Treccani) a Capua sabato 17 Marzo 2018, alle ore 10.00, si terra il primo convegno del ciclo dedicato a: ‘Federico II e Terra di Lavoro’.
Il convegno si svolgerà nella Chiesa San Salvatore a Corte, in via Principi Longobardi, di seguito riportiamo il programma dell’evento:

 

Saluti del Sindaco di Capua

 

Interverranno:
Pompeo Pelagalli, TCI Aperti per Voi
Giovanni Di Cicco, Dirigente scolastico
La presentazione sara curata da Pasquale Iorio

 

Comunicazioni
Fulvio Delle Donne, Università della Basilicata

La scuola retorica capuana e la sua diffusione europea

Luigi Iorio, Medico e Studioso

Il maestro Terrisio, l'Università di Napoli e le meretrici capuane.

 

Parteciperanno anche le delegazioni di studenti del Liceo Musicale Garofano e Pizzi.
Evento organizzato In collaborazione con Capuanova – Block Notes - Federalberghi - TCI Aperti per Voi

 

NOTA sulle Assise di Capua ( Fonte Treccani )

 

Le Assisi di Capua – Federico II
All'inizio del dicembre 1220 Federico lascia Roma e rientra, dopo otto anni di assenza, nel Regno di Sicilia accompagnato da uno staff fidatissimo, tra cui Berardo, arcivescovo di Palermo, Ermanno di Salza, Maestro dell'Ordine teutonico, e Roffredo da Benevento. Il 13 dicembre raggiunge San Germano, ove nomina Landolfo d'Aquino iustitiarius Terre Laboris, ed il giorno seguente sale a Cassino, accolto magnifice dall'abate Stefano, impegnato manu munifica ad assistere i convenuti: non di meno, "mensam campsorum et ius sanguinis, quod usque tunc habuit Casinensis ecclesia de tota terra sua ex concessione Henrici patris sui, revocat imperator in demanium suum" (Riccardo di San Germano, in Ignoti monachi, 1888, p. 101). L'inciso del cronista, cui nella prima stesura della narrazione (Chronica priora) segue la notizia "similiter Suessam, Teanum et Roccam Draconis recipit a comite Rogerio de Aquila" (ibid.), eventi più 'accuratamente' delineati nella seconda stesura mediante l'inversione dei termini revocat-recipit, tradisce la percezione che si avverte della congiuntura. Un'impressione che perdura nella descrizione: "Imperatrix vadit Suessam, imperator Capuam; ubi habita curia generali pro facto regni, subscriptas edidit sanctiones" (ibid.), nei Chronica priora; "et se recto tramite Capuam conferens, et regens ibi curiam generalem, pro bono statu regni suas ascisias promulgavit, que sub viginti capitulis continentur", nella seconda redazione (ibid., p. 100).
Tra il 17 ed il 22 dicembre, quindi, viene solennemente celebrata a Capua una Curia generale in occasione della quale Federico II, imperatore e re per unione personale, emana un editto costituito da venti capitoli messi a punto a seguito di una lunga elaborazione con esperti del diritto: l'importantissima assisa X, significativamente, reca l'espressione rationabiliter di pura matrice sapienziale. Del resto proprio sotto questo profilo, dissolvendosi ogni limite esterno per le determinazioni di Federico, si delineava netto il vincolo 'interno', volontario, ma non meno obbligante: "quamquam soluta imperialis a quibuscumque legibus sit Maiestas sic tamen in totum non est exempta iudicio rationis que juris est mater" (Historia diplomatica, V, 1, p. 162). Ci si trova in presenza di una peculiare argomentazione tecnica di matrice scolastica, non meno di quella presente nell'assisa XI dove si delinea la sottile distinzione tra tenere e detenere. Appare complessivamente chiaro il contributo dei consiglieri giuridici, e anzitutto di Roffredo (non ancora di Benedetto da Isernia, dottorato a Bologna nel 1221), all'impostazione della politica fridericiana al ritorno nel Regnum intesa, pur con prospettive originali connesse alla sua nuova, possente autorità, anzitutto a restaurare la situazione precedente, ridando pieno vigore a "omnes bonos usus et consuetudines, quibus consueverunt vivere tempore Regis Guillelmi" (Ass. I), inaugurando quel 'mito guglielmino' inteso a recuperare per il Regno meridionale "status, usus et modus qui tempore felicis recordationis regis Guillelmi II extitit observatus" (Calasso, 1952, p. 471).
Circa il testo delle Assise capuane, Bartolomeo Capasso, desumendo dalla versione della Chronica di Riccardo di San Germano, di cui al Cod. Cass. 507, seguita da Winkelmann e ripresa da Giuseppe Del Re, ritenne irrimediabilmente perduto il testo delle Assise, nel senso che era dato individuarne sei, "le quali se non testualmente, del che non possiamo essere sicuri, almeno nel contenuto furono inserite senza alcun dubbio nel Codice del 1231", mentre delle altre quattordici "niente di certo può asserirsi" (Capasso, 1871, p. 389). In effetti, Capasso a sostegno della sua ipotesi, in particolare dell'emanazione a Capua della Quod bona stabilia per aliquos ecclesiasticos religiosis locis oblata veniant et alienari debeant, ossia la costituzione Praedecessorum nostrorum, adduceva due testimonianze: un diploma del 1224 di Montevergine (Historia diplomatica, II, p. 407) e un ordine a Paolo Logoteta, giustiziere nel 1228. Ambedue le testimonianze non reggono a un serrato esame filologico. La stessa De instrumentis conficiendis, che pure Capasso riferiva tra le sei capuane, non è appartenuta alla massa capuana. In effetti, come ebbe a rilevare Gaudenzi, a Capasso possono essere mossi due rilievi: il convincimento che quando una disposizione normativa di Federico II si trovi ricordata in documenti degli anni immediatamente seguenti il 1220 debba comunque, secondo ogni verosimiglianza, appartenere alla Assise di Capua e l'avere identificato con queste Assise le riforme che Federico stesso nella costituzione Nihil veterum dice di avere escogitato poco dopo la sua coronazione a imperatore. Dalla lettura della Nihil veterum scevra da preconcetti si può asserire, invece, seguendo Gaudenzi, che dal momento della sua coronazione in poi l'imperatore dovette continuamente pensare a correggere le leggi dei predecessori: "necessaria in ius continua nobis oportuit excogitare remedia". La I, 38, quindi, anziché riferirsi alla promulgazione delle Assise di Capua, sarebbe un riferimento preciso alla ininterrotta attività normativa di Federico.
Gaudenzi, intanto, aveva individuato la redazione dei Chronica priora di Riccardo di San Germano, recante, legato al manoscritto intitolato Ignoti monachi Cisterciensis S. Maria de Ferraria Chronica, il testo integrale delle Assise di Capua, che nel 1888 pubblicava nei 'Monumenti Storici' della Società Napoletana di Storia Patria. L'edizione era desunta dal Cod. Bol. A. 144 della Biblioteca Comunale che veniva ripreso con lievissime varianti nel 1936 da Garufi nei Rerum Italicarum Scriptores, tenendo conto anche del testo del Cod. Cass. 507.
Le venti assise presentano una struttura estremamente concisa e precettiva e si prestano a essere analizzate in cinque nuclei: 1. ripristino dello stato normanno e tutela dei diritti delle chiese (Ass. I, XIII, II); 2. ricostituzione del demanio (Ass. X, XV); 3. politica feudale (Ass. XI, XII, XVII); 4. organizzazione della giustizia regia e amministrazione (Ass. III, IV, V, VII, XVIII, VI, VIII, XVI); 5. affermazione dell'autorità regia (Ass. XX, XIX, XIV, IX).
Il ritorno all'età guglielmina (Ass. I) fissato per tutti i sudditi del Regno, laici ed ecclesiastici, assume immediatamente un tono ben diverso da quello tipico del periodo normanno: Ruggero aveva ordinato omnibus di osservare le proprie leggi, ma per le consuetudini aveva lasciato, in quanto compatibili, il ricorso a quelle non cassate; Federico, invece, ordina (precipimus) che tutti i 'buoni' usi e consuetudini vigenti all'epoca di Guglielmo siano osservati firmiter. L'intento di reprimere gli abusi realizzati dal 1189 e, soprattutto, durante la sua assenza dal Regno appare come criterio informatore di tutte le norme successive, con particolare riguardo alle pretese dei feudatari nei confronti dei vassalli (Ass. XIII) e alle prestazioni di decime o al rispetto dei diritti giurisdizionali delle chiese (Ass. II).
Ugualmente 'capitali' si presentano le assise X e XV. La prima, programmatoria, decisa fermamente a ripristinare l'esausto patrimonio della Corona, sia nella prospettiva di un demanio usurpato e dilapidato che sotto il profilo degli introiti (redditos nostros) oggetto, alla pari dei vari diritti doganali, di concessioni senza criterio alcuno. Era questo il disegno più arduo, ma più vitale per Federico che, personalmente, aveva dovuto constatare come fosse complesso realizzare qualunque progetto senza adeguate risorse: non potevano esservi eccezioni né dilazioni. E a quel fine era, a ben vedere, orientata la stessa Ass. XV, la ben nota De resignandis privilegiis, con la quale, adducendo a motivazione l'usurpazione e falsificazione del sigillo imperiale, si disponeva districte ed entro un limitatissimo margine temporale a tutti di esibire alla cancelleria universa privilegia concessi dall'imperatore e dall'imperatrice, a pena di nullità per l'uso e d'incorrere nell'indignazione imperiale. L'esegesi di questa norma, per valutarne l'originalità, e quindi i motivi della reazione durissima da parte della Chiesa, ha coinvolto ampiamente l'interesse storiografico (Scheffer-Boichorst, Niese, Cuozzo) e porta a ritenere, anche sulla base di quanto dallo stesso Federico indicato (Gaudenzi, Prefazione, in Ignoti monachi, 1888, p. 76), che la disposizione, pur rientrante nel contesto della nuova problematica dell'autenticazione dei privilegi imperiali e regi, consentiva nello stesso tempo al fisco regio di disporre dell'arma giuridica che avrebbe permesso di ricostituire il demanio regio.

Le tre assise (XI, XII e XVII) che disciplinano la materia feudale si inquadrano perfettamente nella prospettiva di restaurare il regime guglielmino: sia per quanto attiene i feuda in capite (XI), di cui s'interdice il tenere, chiaramente a titolo esclusivo, consentendosene solo la titolarità regie curie con l'obbligo per il detemptor di resignare il feudo alla Curia; sia con riferimento al divieto assoluto (XII) di minuere un qualunque beneficio feudale in linea con la Scire volumus (III, 1) e la Constitutionem dive memorie (III, 5); ma anche con la previsione (XVII) dell'intervento autorizzativo ai matrimoni per i feudali "secundum consuetudinem regis Guillelmi", sì da esercitare un incisivo controllo sui legami familiari e sulle concentrazioni dei patrimoni.
Di particolare importanza si rivelano le assise relative alla giustizia e all'amministrazione: trovano, infatti, ferma riprovazione la vendetta privata e la rappresaglia (III), laddove l'assisa rogeriana XXXV del Codice Cassinese ricordava i giudizi di Dio come istituto ancora vigente; il divieto di porto d'armi (IV) e di ricettazione dei malviventi (V) sono i primi di un'ampia serie d'interventi intesi a riportare nel Regno una condizione minima di ordine pubblico.
Rilevantissima, e innovativa, l'assisa VI che impone ai mastri giustizieri e ai giustizieri il giuramento ad sancta Dei evangelia di rendere giustizia sine fraude, ma non meno importanti le assise VII (divieto ai castellani di fare alcunché extra castra, intromettersi de aliquo terre negotio e operare senza mandato regio), VIII (eliminazione di ogni platea, dogana, passaggio, porto, posti in essere dopo la morte dei genitori), XVI (perpetuità dei privilegi emanati dalla Curia).
Di eccezionale rilievo, e indubbiamente le più significative nel quadro politico del momento, sono le disposizioni delle assise XIV (totale sottomissione delle città, con divieto di avere magistrati propri e possibilità di far valere consuetudini esclusivamente 'approvate'), XX (totale sottomissione di tutti i feudali, obbligati a prestare il debitum servitium, pena la perdita del feudo), XIX (abbattimento funditus di tutti i castelli feudali costruiti dopo la morte del re Guglielmo, e decisione riservata a propria discrezione per i castelli in demanio regis) e soprattutto della IX, relativa al rigidissimo controllo che si viene a delineare sui traffici e commerci mediante la soppressione delle nuove nundine et mercata, istituite 'abusivamente' dalle città, stipulando spesso convenzioni con centri commerciali dell'Italia settentrionale, durante la sua minore età e la sua assenza dal Regno. Questa norma rivela appieno il senso fridericiano dell'autorità e l'intento di non lasciare, naturalmente pro bono statu regni, libero sviluppo ai centri del Mezzogiorno, ché, altrimenti, si sarebbero sottratti all'obiettivo ormai intransigibile per l'imperatore-re di assoluta concentrazione del potere.

 

 

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