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Capua. Terra dei profumi

rhodinonCampania Felix, cioè fortunata, così la chiamavano gli antichi.
Fortunata per la straordinaria fecondità di un suolo di origine vulcanica che assicurava, in certe zone, più raccolti nello stesso anno. Una terra rinomata anche per i profumi, secondo quanto asseriva Plinio il Vecchio nel Naturalis Historia citando i molti campi di fiori: “E tuttavia quei campi che nel frattempo hanno riposato, danno in primavera una rosa che ha più profumo di quelle coltivate. A tal punto la terra non cessa di generare, che per questo comunemente si dice che si produce più profumo in Campania che olio nelle altre regioni.”
Il più attivo centro di smercio di profumi, oli ed unguenti era Capua, splendida metropoli dotata di un secondo foro, la Seplasia (“piazza di Capua in cui si vendevano i profumi”, fonte ”IL”, dizionario della lingua latina- Castiglione e Mariotti). L’importanza di questo secondo foro per il mercato dei profumi era di tale rilevanza da far nascere i termini seplasiarius (profumiere), seplasiarium (negozio di profumi) e seplasium (profumo). Tali parole furono poi usate in tutto il territorio dominato dalla civiltà romana, a prescindere dalla produzione capuana.
I profumi capuani contenevano per lo più essenze di mirto, narciso e rose che facevano parte della toeletta quotidiana delle matrone romane. In particolar modo, la rosa era la vera e propria protagonista della produzione di profumi ed unguenti da cui si produceva il rinomato rhodinon italikon.
A testimonianza dell’importanza dei cosmetici nella vita quotidiana e del loro significato rituale sono i numerosi ritrovamenti nelle ricche tombe di Capua.
Una delle più sfarzose è quella di Stallia, databile tra il II e il I secolo a.C., rinvenuta nel 2008 lungo la via che conduceva all’antico tempio di Diana Tifatina, oggi Sant’Angelo in Formis. In questa tomba, tra il materiale rinvenuto, c’erano vari contenitori in alabastro per profumi ed unguenti. Flaconi di terracotta sono stati rinvenuti in gran numero non solo nelle necropoli ma anche nei santuari e all’interno dei quartieri residenziali.
Il tema del profumo e delle rose era protagonista del rito dei Rosalia. Tali festeggiamenti, previsti il 13 maggio negli spazi antistanti l’Anfiteatro romano della Capua antica, durante il IV secolo d.C., inneggiavano all’arrivo della stagione più calda e al fiorire delle rose. I fiori erano tradizionalmente un simbolo di ringiovanimento, rinascita e ricordo, con il colore rosso e viola delle rose e delle violette che si credeva evocasse il colore del sangue, come una sorta di rito propiziatorio. Le rose adornavano sia i banchetti festivi che quelli funebri come a sottolineare l’eterno dualismo tra vita e morte.
Pur nella generale reticenza della documentazione epigrafica, riferibile alla vita e alle opere degli unguentarii, la documentazione capuana ha restituito il maggior numero di iscrizioni di profumieri databili tra il I secolo a.C. e I secolo d.C.
In conclusione, Capua è una città che sembra permeata in profondità dal mondo della produzione e del consumo delle essenze profumate.

 

di Antonella Cerri

 

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